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Notizie d'Arte
13 marzo 2010
IL POMPIDOU RADDOPPIA. SUL SERIO
Si avvicina il varo del Centre Pompidou di Metz. Un centro d’arte più che un museo, in piena Lorena, quindi in piena Europa. La firma architettonica è quella del giapponese Shigeru Ban. E le polemiche, comme d’habitude, sono tutt’altro che assenti...

Mancano ormai poco meno di tre mesi all’inaugurazione di un nuovo importante centro d’arte contemporanea in Francia. Il Centre Pompidou di Metz, in Lorena, aprirà infatti le porte il 12 maggio, a sette anni dal lancio del progetto.
Il direttore, Laurent Le Bon, preferisce definirlo un centro d’arte piuttosto che un museo (“Un centro d’arte è un luogo per mostre temporanee, - spiega - che intrattiene una dinamica nell’offerta culturale e che invoglia il visitatore a ritornare”). Ma il museo fa già discutere, tanto per le forme dell’edificio che per il suo legame poco chiaro con il Centre Pompidou di Parigi.
La scelta del progetto del giapponese Shigeru Ban aveva sorpreso non poco nel 2003: Ban aveva infatti troppa poca esperienza per gestire un grande cantiere di livello internazionale, anche se le sue strutture inno- vative a base di carta e legno gli avevano procurato non poca fama. A cantiere quasi concluso, la scommessa sembra però vinta, anche grazie alla partnership con l’architetto francese Jean de Gastines. Ban confida che le forme della struttura in legno del museo di Metz sono ispirate a un cappello cinese fatto in bambù, trovato per caso a Parigi mentre passeggiava nei dintorni del boulevard Saint-Germain. Di fronte alla copertura, composta
di una membrana di vetro e teflon, si capisce l’importanza che i materiali rivestono nel suo lavoro. Dopo l’apertura, Le Bon dovrà però fare i conti con le speranze riposte in questo progetto dal governo francese e dalle istituzioni locali. Il Centre Pompidou di Metz è infatti più di un semplice progetto culturale, poiché rappresenta il primo grande investimento del governo lontano dalla capitale. La stessa scelta di Metz non è casuale, perché si trova a soli quaranta minuti di treno dal Lussemburgo, a poco più di un’ora da Parigi e a due ore e mezza da Francoforte, in un’area geografica transnazionale che, negli ultimi decenni, si è rivelata particolarmente reattiva all’arte contemporanea. Come ogni inaugurazione che si rispetti, i grandi numeri sono all’ordine del giorno. La struttura gode infatti di un finanziamento annuo di 10 milioni di euro da parte delle sole collettività locali. Lo Stato ha investito per la costruzione, ma non intende coprire le spese di gestione: il decentramento si riconosce anche in questi dettagli. Alla testa di un’istituzione priva di una propria collezione permanente, Le Bon tiene anche a mostrare la sinergia creatasi con il Pompidou di Parigi, che metterà a disposizione del nuovo museo la sua collezione ricca di ben 65mila opere. Metz attingerà quindi a questo fondo per presentare di volta in volta progetti espositivi autonomi. In occasione dell’inaugurazione, il nuovo museo dedicherà una mostra al concetto di capolavoro, per ricostruirne la storia e soprattutto per capire se ha ancora senso parlare oggi di capolavori. Chefs d’oeuvres? vedrà riunite opere di prim’ordine, che per l’occasio- ne arriveranno non solo da Parigi, ma da molte importanti collezioni internazionali. Tutto il XX secolo sarà degnamente rappresentato, ma la rassegna sarà soprattutto un’occasione per mettere a tacere chi critica da tempo il nuovo museo. Per molti le forme della struttura ricordano più un circo che un museo. Ma il timore è soprattutto che il nuovo centro espositivo serva più a un inutile entertainment che a progetti culturali di spessore.

christian omodeo, exibart onpaper

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