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| 18 gennaio 2005 |
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Salvador Dalì - Il grande masturbatore
Seducente, erotico, affascinante. Un autoritratto geniale. Dalla
psicanalisi alla fellatio, dall'ossessione per le forme molli, alle
rocce tipiche dei dintorni di Cadaqués. E poi cavallette, simboli fallici,
note autobiografiche e citazioni colte, da Bosch ai Preraffaelliti.
Su tutto un'immensa capacità tecnica e visionaria...
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La produzione migliore di Salvador Dalì (protagonista fino al 16 gennaio di un'importante
retrospettiva a Venezia) è sconcertante e seduttiva, incalzante seppur dalle atmosfere
rarefatte, di un realismo limpido - dovuto alla sorprendente capacità del maestro di
rendere gli effetti della luce sulle superfici -, ma al contempo proiezione di una
dimensione del tutto improbabile, irreale.
Il grande masturbatore (1929) si avvale di tutte queste peculiarità e può essere
considerata una delle sue opere più intense e geniali, sebbene tra le più deliranti. E'
parte di una serie di pezzi di estremo potere allucinatorio, fondati su destabilizzanti
"deformazioni onirico-paranoiche" (E. Crispolti, da Il Surrealismo, Milano,
1969) e prodotti in prevalenza tra il finire degli anni '20 e l'inizio dei '30.
Dalla complessa iconografia barocca, questo capolavoro anticipa l'interesse dell'artista
per le strutture molli, una sorta di ossessione che molto ha a che vedere con
quelle forme eroticamente seduttive dell'Art Nouveau delle quali egli scrive, pochi
anni più tardi, in un testo dedicato all'arte ornamentale (1931).
Il grande masturbatore serba in sé una buonissima parte del repertorio di motivi e
metafore per immagini daliniane: le conchiglie, i sassi, la cavalletta (che qui ha il
ventre in putrefazione e ricoperto di formiche nere brulicanti). Come suggerisce il titolo,
si tratta di un dipinto dalle molteplici implicazioni sessuali, palesate da un tracciato
di simboli fallici piuttosto espliciti: il pistillo della calla, teso e svettante,
ma anche la lingua arrossata del leone africano (emblema dell'energia e del desiderio
prorompente), che mira verso l'alto come ad alludere ad un'erezione. Quest'ultima è
un'allegoria tutt'altro che scontata, però, se si considera che con la sua ritta criniera
e le fauci spalancate il temibile felino ricorda una Gorgone distruttrice, nonché
la concezione freudiana che vede proprio nella testa di Medusa la minaccia della
castrazione.
La scena (omissis), che sembra voler ricondurre ad un atto di fellatio,
traduce l'angoscia sessuale dell'autore. La coppia sospesa in uno stato di pietrificazione,
ancora, strizza l'occhio a Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti - sottendendo
l'idea che vede nella dama preraffaellita l'incarnazione della paura e dell'avversione -,
malgrado la figura femminile riporti anche al suo vissuto domestico: pare sia ispirata,
difatti, ad uno specchio modernista appeso nella casa di famiglia.
Ne Il grande masturbatore si ritrovano entrambe le fonti primarie della narrazione
di Dalì: i paesaggi della sua infanzia, contraddistinti perlopiù da altopiani desertici,
nonché la donna che dopo averlo incontrato sceglie di stargli accanto per tutta la vita.
Dapprima sposa del poeta Paul Eluard e amante di Max Ernst, Gala diviene subito
indispensabile per Salvador. Sarà per lui dea, compagna, madre, complice, agente ed
infermiera. Insomma, proprio come Gradiva guarisce il protagonista dell'omonimo
romanzo jenseniano, lei lo salva dalla nevrosi e dalla sua presunta dipendenza
dall'onanismo.
Il volto con la palpebra chiusa, che in
realtà viene utilizzato - in modo piuttosto
inflazionante - anche per riprodurre altri
soggetti e personaggi (uno per tutti André
Breton), è rivolto verso il terreno riarso,
e il suo naso oblungo è poggiato al suolo.
Studi recenti lo avvicinano ad un'immagine
raffigurata in uno dei pannelli del trittico
Il giardino delle delizie di Hieronymus
Bosch, nonostante l'artista sostenga di
aver preso a modello una roccia di Capo
Creus. Il rimando a masse rocciose informi
(si osservi anche L'enigma del desiderio,
del medesimo periodo), tuttavia, è palese.
Si tratta di configurazioni, è possibile
azzardare, comparabili in qualche modo alle
creature ambigue rappresentate da svariati
contemporanei (si pensi ai grumi carnosi
di Patricia Piccinini, che ricordano l'incomparabile
potenzialità delle cellule staminali), se
non altro per uno degli assunti alla base,
che Dalì apprezza in Edouard Monod-Herzen
e che vede la natura come un agglomerato
di forme possibili in incessante fermento
(Principes de morphologie générale,
1927).
Sonia Gallesio, www.exibart.com
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