 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
| 28 Maggio 2004 |
 |
| Gratta quel piombo, c'è un Michelangelo mai scoperto
prima |
|
 |
Fino a ieri, la Pietà di Viterbo era attribuita
a Sebastiano del Piombo. Ora gli studiosi
dicono: il disegno è opera di Buonarroti.
Che aiutò l'amico a «distruggere»
Raffaello. Se non capita tutti i giorni
di scoprire un nuovo capolavoro, ancora
più raro è ritrovare il primo
quadro della storia dipinto a quattro mani.
Soprattutto se le mani appartengono a personaggi
come Michelangelo Buonarroti e del suo collega
Sebastiano del Piombo, due star di prima
grandezza del nostro Rinascimento. Il frutto
di questa collaborazione tra pennelli d'eccezione
è la Pietà, una grande
pala dipinta nel 1514 per una chiesa di
Viterbo, San Francesco, per conto di un
potente monsignore, Giovanni Botonti. Fino
a ieri l'opera, conservata al Museo civico
di Viterbo, era considerata il capolavoro
di Sebastiano del Piombo, anche se già
nel Cinquecento uno storico dall'occhio
fino, Giorgio Vasari, credeva che fosse
il risultato della sua collaborazione con
Michelangelo. Ma nessuno aveva mai dato
troppo peso a quest'affermazione fino al
recente intervento di restauro della pala:
davanti agli occhi attoniti dei restauratori,
sotto la vernice a olio del dipinto le indagini
stratigrafiche (eseguite dall'Opificio delle
Pietre dure insieme all'Istituto nazionale
di ottica applicata) hanno rivelato il disegno
originale del corpo di Gesù tracciato
da Michelangelo con precisione anatomica
degna di uno scienziato (omissis). Una scoperta
eccezionale, che viene presentata al pubblico
per la prima volta in occasione della mostra
Notturno sublime. La Pietà di
Viterbo, che si inaugura domenica 30
maggio al Museo civico di Viterbo (piazza
Crispi, fino al 25 luglio. Info: tel. 0761/348275.
Sito Internet www.comune.viterbo.it.
Catalogo Viviani). Curata da Claudio Strinati
e Anna Lo Bianco con la collaborazione di
Tullia Carratù, la mostra non si
limita a esporre i risultati del fortunato
«maquillage», ma ricostruisce
punto per punto il rapporto tra i due maestri
(omissis). Ma per quale ragione il grande
Michelangelo aveva deciso di lavorare con
Sebastiano del Piombo? La risposta arriva
da Costanza Barvieri, una storica dell'arte
che da anni studia la sua pittura. «Sappiamo
che i due artisti erano molto amici»
spiega la studiosa «ma la loro alleanza
aveva in realtà un unico scopo: distruggere
la fama di Raffaello, allora considerato
il più grande pittore del suo tempo».
Qui la storia si tinge di giallo: entrambi
avevano le loro buone ragioni per odiare
Raffaello. Secondo Vasari, all'inizio del
Cinquecento le opere del Sanzio erano considerate
le «più vaghe di colorito e
belle d'invenzioni» rispetto a quelle
di Michelangelo, mentre Sebastiano aveva
dovuto cedere il posto a Raffaello nella
decorazione della Farnesina, la villa del
suo potente mecenate, il banchiere Agostino
Chigi. Così, per battere il loro
comune nemico decisero di mettere insieme
il disegno del Buonarroti e il gusto per
i colori di Sebastiano, che aveva imparato
a Venezia, dove era nato nel 1845, dal suo
maestro Giovanni Bellini (omissis).E Raffaello?
Non rimane a guardare, ma risponde subito
con un altro notturno, che domina la Liberazione
di Pietro, l'affresco dipinto dal Sanzio
nelle Stanze in Vaticano. E la gara a colpi
di capolavori tra i due pittori va avanti
fino al 1520, quando Raffaello muore improvvisamente
mentre sta terminando la Trasfigurazione
alla Pinacoteca Vaticana. Una valida risposta
alla Resurrezione di Lazzaro, dipinta
da Sebastiano per lo stesso committente,
il cardinale Giulio de' Medici. Sicuramente
grazie all'aiuto di Michelangelo, che aveva
trovato il modo per combattere il suo acerrimo
nemico dietro le quinte, senza comparire
ma sempre sicuro di vincere.
Ludovico Pratesi, Il Venerdì - La Repubblica |
|
 |
|
|
 |
 |
 |
 |
|
 |
 |
 |
 |
|