Chi se lo saresse creso (direbbe il
sommo Poeta) che tra reality show, pittura
e tv spazzatura ci fosse un legame tanto
stretto di contiguità e di complicità?
Eppure.
È passato alla storia l'incontro
al vortice (con concerto di lavatrice)
tra John Cage e Mike Buongiorno durante
un Lascia o raddoppia del 1958. Al quiz
Cage gareggiava come esperto di funghi,
materia in cui eccelleva sopra tutte.
Altrettanto resta scolpito negli annali
dei cammei babbei l'episodio di Love
Boat che vide Andy Warhol recitare nei
panni di se stesso interpretando un
esoso pittore disposto a fare il ritratto
a qualunque crocerista sufficientemente
in grana. Ma non passò sotto
silenzio nemmanco la prima edizione
del Grande Fratello con gli inquilini
della Casa che si dipingevano di blu
e lasciavano le proprie impronte sulle
pareti lasciandovi tracce inequivocabilmente
citazioniste che sancivano il passaggio
dal neorealismo al nouveau realism in
chiave cialtrona.
Chi ha avuto lo stommego di sorbirsi
il pomeriggio domenicale su Rai 1 avrà
notato un palloso programma post prandiale
condotto da Mara Venier, ma concepito
da Gianni Boncompagni, la cui scenografia
animata è costituita da una schiera
di aitanti ragazzotti in divisa da ufficiali
di marina che richiama fortemente alla
mente le celebrate performance di Vanessa
Beecroft, in particolare quella con
i biancovestiti giovinotti della Us
Navy.
Dunque ad una ricognizione sommaria
parrebbe davvero che un navigato volpone
come Boncompagni abbia costruito a tavolino
il clone, abbia fregato l'idea a una
giovane artista che da anni espone piccole
folle omologate, gruppi plastici di
modelli e modelle scenograficamente
disposti nello spazio, tableau vivant
di eleganti replicanti. Individui spersonalizzati
modularizzati.
Purtroppo non è così:
la memoria a volte gioca brutti scherzi,
confonde le carte, rende giustizia all'arte
mentre tende a rimuovere la monnezza.
Una cosa è certa: a Gianni Boncompagni
spetta la patente di antecedente in
fatto di belle statuine in carne e ossa.
Non è lui il plagiaro. Non è
lui il magliaro.
Lui ha creato il Paradigma della Velina
Diffusa, lui ha fondato lo stilema vetrina,
lui ha mostrato la strada burina. Da
lui discende per filiazione diretta
la poetica dell'assembramento come monumento,
del singolare coniugato al plurale (la
ninfetta moltiplicata), dei manichini
umani. È lui il papà dei
bambocci feticci.
Chi non rammenta la sublime rumenta
di Non è la Rai in cui uno stuolo
di maliziose lolite tutte vestite uguali,
da educande sfruculiande, sculettavano
per la gioia e per la foia dei telebabbioni?
E allora sorge spontanea la domanda:
chi ha copiato chi?
Mistero trash-endentale.
Pablo Echaurren,
www.exibart.com