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Notizie d'Arte
18 febbraio 2006
CHICCHIRICHI.

Chi se lo saresse creso (direbbe il sommo Poeta) che tra reality show, pittura e tv spazzatura ci fosse un legame tanto stretto di contiguità e di complicità? Eppure.
È passato alla storia l'incontro al vortice (con concerto di lavatrice) tra John Cage e Mike Buongiorno durante un Lascia o raddoppia del 1958. Al quiz Cage gareggiava come esperto di funghi, materia in cui eccelleva sopra tutte. Altrettanto resta scolpito negli annali dei cammei babbei l'episodio di Love Boat che vide Andy Warhol recitare nei panni di se stesso interpretando un esoso pittore disposto a fare il ritratto a qualunque crocerista sufficientemente in grana. Ma non passò sotto silenzio nemmanco la prima edizione del Grande Fratello con gli inquilini della Casa che si dipingevano di blu e lasciavano le proprie impronte sulle pareti lasciandovi tracce inequivocabilmente citazioniste che sancivano il passaggio dal neorealismo al nouveau realism in chiave cialtrona.
Chi ha avuto lo stommego di sorbirsi il pomeriggio domenicale su Rai 1 avrà notato un palloso programma post prandiale condotto da Mara Venier, ma concepito da Gianni Boncompagni, la cui scenografia animata è costituita da una schiera di aitanti ragazzotti in divisa da ufficiali di marina che richiama fortemente alla mente le celebrate performance di Vanessa Beecroft, in particolare quella con i biancovestiti giovinotti della Us Navy.
Dunque ad una ricognizione sommaria parrebbe davvero che un navigato volpone come Boncompagni abbia costruito a tavolino il clone, abbia fregato l'idea a una giovane artista che da anni espone piccole folle omologate, gruppi plastici di modelli e modelle scenograficamente disposti nello spazio, tableau vivant di eleganti replicanti. Individui spersonalizzati modularizzati.
Purtroppo non è così: la memoria a volte gioca brutti scherzi, confonde le carte, rende giustizia all'arte mentre tende a rimuovere la monnezza.
Una cosa è certa: a Gianni Boncompagni spetta la patente di antecedente in fatto di belle statuine in carne e ossa.
Non è lui il plagiaro. Non è lui il magliaro.
Lui ha creato il Paradigma della Velina Diffusa, lui ha fondato lo stilema vetrina, lui ha mostrato la strada burina. Da lui discende per filiazione diretta la poetica dell'assembramento come monumento, del singolare coniugato al plurale (la ninfetta moltiplicata), dei manichini umani. È lui il papà dei bambocci feticci.
Chi non rammenta la sublime rumenta di Non è la Rai in cui uno stuolo di maliziose lolite tutte vestite uguali, da educande sfruculiande, sculettavano per la gioia e per la foia dei telebabbioni?
E allora sorge spontanea la domanda: chi ha copiato chi?
Mistero trash-endentale.

Pablo Echaurren, www.exibart.com

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