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Notizie d'Arte
24 gennaio 2008
Arte e finanza, un'intesa difficile. All'iniezione di liquidità si contrappone la salvaguardia del gesto creativo

La prossimità tra arte e finanza condiziona la produzione di un artista? Ed è davvero possibile trasformare l'arte in attività finanziaria? Questo mercato ha bisogno di regole? «Le risposte sono divergenti - spiega Dolly Predovic, docente di finanza alla Sda Bocconi - l'utilizzo di tecniche di marketing per promuovere l'arte, il lancio di fondi d'investimento in arte e operazioni di insider trading possono avere, secondo alcuni, effetti positivi iniettando più denaro a sostegno degli artisti. La maggior ricchezza potrebbe aumentare la produzione artistica e far emergere gli autori eccellenti. Per altri la qualità artistica, invece, peggiorerebbe perché gli artisti produrrebbero per un ritorno immediato sul mercato, trasformando l'arte in prodotto». Opinioni diverse delle quali si è discusso mercoledì 16 gennaio al Forum «Finanza, mercato ed arte: collezionisti, galleristi, curatori e case d'asta a confronto» curato da Dolly Predovic e organizzato dalla rivista «Economia & Management» della Sda Bocconi, che in marzo ne pubblicherà i risultati. Criteri di valutazione poco chiari e mancanza di trasparenza hanno acceso il dibattito. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, collezionista e presidente della Fondazione che sostiene la produzione di giovani artisti, colleziona dai primi anni 90. «Di glamour non c'era niente - racconta -, in 20 anni i collezionisti sono cambiati: due anni fa a New York da Gagosian in una mostra su Damien Hirst un amico collezionista mi disse di aver comprato un quadro. Chiesi: quale? Non so, mi rispose, so che spendo 4mila dollari. Corrado Levi e Giuseppe Panza di Biumo non avrebbero mai detto un prezzo per understatement. Il trend del collezionismo internazionale oggi è creare spazi privati per esporre la propria raccolta al pubblico e sottrarre, in tal modo, donazioni ai musei» spiega. Svantaggio confermato da Ida Giannelli, direttore di Rivoli: «Questa rivalutazione del mercato ha messo in ginocchio i musei: in Italia manca una legge, presente in molti Paesi europei, che li agevoli, mentre la notifica (in Francia usata cum grano salis) fa da freno. Lo Stato in realtà non si occupa della gestione corrente dell'arte, per questo nel mondo l'Italia non è stimata e la battaglia mediatica in corso è per appropriarsi del gioco dell'arte».
Ma il boom dei prezzi non ha contagiato tutto il mercato. «Un buon 80% di opere che vendiamo non è inflazionato» afferma Clarice Pecori Giraldi, direttore generale di Christie's Italia. «Sono convinta che l'arte debba soddisfare un bisogno emozionale e poi il mercato fa incontrare domanda e offerta e trasforma l'emozione in oggetto commerciale». Eppure l'oggetto-status symbol costa sempre di più. «In galleria troviamo dieci collezionisti - spiega Frank Boehm, da due anni curatore esterno della collezione Deutsche Bank, - in asta 100. La galleria controlla la produzione e il prezzo dell'artista e quando la domanda è superiore all'offerta decide a chi vendere e se calmierare i prezzi. In asta esiste solo la regola del rilancio». E in America la discrepanza tra mercato primario e secondario lo risolvono così, spiega Fiorucci: «Il gallerista chiede all'acquirente un impegno scritto con il quale si vincola a ritornare in galleria prima di mettere l'opera in asta al fine di tutelare il lavoro dell'artista e del gallerista. In Italia non ho mai firmato nulla» conclude la collezionista.

Margherita Remotti
Plus 24 - Il Sole 24 Ore


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